Incontri in bianco e nero: fotografia, relazione e città come luoghi di inclusione
Incontri in bianco e nero è un progetto artistico, educativo e sociale nato per mettere in relazione persone, territori e sguardi attraverso il linguaggio della fotografia.
L’iniziativa si configura come un atelier urbano per la produzione di immagini fotografiche partecipate, fondato sull’utilizzo della fotografia stenopeica: una tecnica antica, essenziale e poetica, che permette di realizzare immagini attraverso semplici scatole di metallo trasformate in macchine fotografiche. Un gesto creativo che parte dal recupero di materiali poveri e quotidiani per generare nuove forme di visione, espressione e racconto.
Il progetto nasce dall’idea che l’arte possa diventare uno strumento concreto di inclusione, relazione e crescita personale. Fotografare non significa soltanto produrre immagini, ma imparare a osservare, scegliere, attendere, stare nel tempo, attraversare lo spazio e dare valore al proprio punto di vista.
Attraverso il laboratorio, i partecipanti sono stati accompagnati in un percorso fatto di esplorazione, apprendimento tecnico, lavoro di gruppo e restituzione creativa. Le parole chiave del progetto — esplorazione, relazione, apprendimento, salute e inclusione — raccontano bene il senso profondo dell’esperienza.
Al centro di Incontri in bianco e nero c’è il desiderio di creare nuove connessioni tra le persone e la città. I partecipanti sono stati invitati a uscire dai luoghi abituali, a riscoprire il territorio, a guardare con occhi nuovi strade, quartieri, spazi pubblici e ambienti quotidiani. La città non è stata soltanto lo sfondo dell’attività, ma è diventata parte viva del percorso: un paesaggio esterno capace di dialogare con il paesaggio interiore di ciascuno.
Il progetto ha coinvolto persone con disagio psichico, giovani, adolescenti, persone con disabilità, educatori, operatori, artisti, formatori e realtà associative del territorio. In questo intreccio di presenze, competenze e fragilità, il laboratorio è diventato un luogo di incontro trasversale, dove ciascuno ha potuto portare qualcosa di sé.
Un ruolo particolarmente significativo è stato affidato agli utenti esperti per esperienza del gruppo fotografia dell’Associazione Insieme. Persone che, grazie al proprio percorso e alle competenze acquisite, hanno potuto assumere una funzione di guida alla pari, accompagnando altri partecipanti nell’apprendimento e nella sperimentazione fotografica.
Questa scelta rappresenta uno degli aspetti più importanti del progetto: chi ha vissuto o vive una condizione di fragilità non viene considerato soltanto destinatario di un intervento, ma protagonista attivo, portatore di esperienza, sensibilità e capacità. L’utente esperto diventa risorsa per il gruppo, testimone di possibilità, figura capace di facilitare relazioni e incoraggiare nuovi percorsi.
La fotografia stenopeica, con i suoi tempi lenti e il suo processo manuale, ha favorito un’esperienza diversa dal consumo rapido delle immagini a cui siamo abituati. Preparare una scatola/fotocamera, scegliere un luogo, attendere la luce, sviluppare l’immagine in camera oscura significa entrare in un tempo più attento, più consapevole, più umano.
In questo senso, il laboratorio ha lavorato non solo sulle competenze artistiche, ma anche su aspetti profondamente legati alla salute mentale: la capacità di stare in gruppo, la gestione dell’attesa, la relazione con l’altro, la fiducia, l’autonomia, la possibilità di trasformare una difficoltà in risorsa.
Incontri in bianco e nero ha avuto anche una forte dimensione comunitaria. Le attività si sono svolte in diversi luoghi della città, tra cui Via Millio 20, InGenio Arte Contemporanea, il Centro Arte Singolare e Plurale, il Centro Interculturale della Città di Torino e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Spazi diversi, ma accomunati dalla volontà di rendere l’arte accessibile, partecipata e capace di generare relazioni.
Il progetto ha previsto momenti di formazione, costruzione e allestimento della camera oscura, attività di esplorazione del territorio, realizzazione degli scatti, stampa delle immagini e restituzione finale. Le opere prodotte sono confluite in una mostra conclusiva, pensata non solo come esposizione, ma come occasione di incontro tra protagonisti, pubblico, famiglie, operatori e cittadinanza.
La mostra rappresenta il momento in cui il percorso individuale e collettivo diventa visibile. Le immagini realizzate dai partecipanti non raccontano soltanto luoghi, ma esperienze. Non documentano semplicemente la città, ma restituiscono modi diversi di abitarla, attraversarla e sentirla propria.
Uno degli obiettivi più profondi dell’iniziativa è stato infatti quello di favorire l’abitare non solo la propria casa, ma anche la città. Per molte persone che vivono situazioni di fragilità, il territorio può diventare distante, difficile, talvolta estraneo. Il progetto ha provato a riaprire questo rapporto, trasformando l’uscita, l’esplorazione e la creazione artistica in strumenti di recovery, cittadinanza attiva e appartenenza.
La dimensione del gruppo ha avuto un ruolo fondamentale. Lavorare insieme ha permesso di rafforzare relazioni, sperimentare collaborazione, condividere responsabilità e costruire fiducia. Il laboratorio è diventato un contenitore emotivo e creativo, in cui ognuno ha potuto trovare il proprio modo di partecipare.
Attraverso la fotografia, i partecipanti hanno potuto raccontare qualcosa di sé senza necessariamente doverlo spiegare con le parole. L’immagine è diventata linguaggio, ponte, possibilità di espressione. In alcuni casi, ciò che è difficile comunicare verbalmente può trovare forma in uno scatto, in un’ombra, in una luce, in una composizione.
Il progetto ha inoltre promosso una riflessione importante sul valore dell’ambiente e del riuso. Le scatole di latta, normalmente destinate allo scarto, sono state trasformate in strumenti creativi. Questo passaggio simbolico è molto potente: ciò che sembra inutile può essere reinventato; ciò che viene messo ai margini può tornare a generare bellezza; ciò che appare fragile può diventare risorsa.
Incontri in bianco e nero ha quindi unito arte, salute mentale, territorio, sostenibilità e inclusione in un’unica esperienza partecipata.
Per l’Associazione Insieme, la partecipazione al progetto ha rappresentato un’occasione preziosa per valorizzare il percorso del proprio gruppo fotografia e per confermare l’importanza del protagonismo degli utenti esperti. La presenza di persone già formate, capaci di accompagnare altri partecipanti, dimostra come i percorsi di cura e inclusione possano generare competenze reali, utili e riconoscibili.
Il progetto ha contribuito a rafforzare autostima, autonomia, capacità relazionali e senso di appartenenza. Ha creato occasioni di formazione, scambio e partecipazione, contrastando isolamento, stigma e marginalità.
Incontri in bianco e nero non è stato soltanto un laboratorio fotografico. È stato un percorso di comunità, un’esperienza di recovery, un modo per restituire voce e sguardo a persone che spesso rischiano di essere viste solo attraverso la lente della fragilità.
Attraverso questo progetto, la fotografia è diventata strumento di incontro, la città è diventata spazio di relazione e l’arte è diventata possibilità concreta di inclusione.
Un’immagine alla volta, i partecipanti hanno costruito un racconto collettivo fatto di luoghi, presenze, attese e scoperte. Un racconto in bianco e nero, ma capace di restituire molte sfumature: quelle della fragilità, della creatività, della dignità e della vita condivisa.
